Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

LA VALLE SANTA REATINA
Santuario di Poggio Bustone in Rieti
I Santuari francescani di Fontecolombo e La Foresta in Rieti
Santuario di Greccio in Rieti
I SANTUARI FRANCESCANI DI FONTECOLOMBO E LA FORESTA

I SANTUARI FRANCESCANI DI FONTECOLOMBO
E LA FORESTA
IN RIETI

I l Santuario di Fontecolombo, delicata e commovente oasi francescana della Valle Santa reatina, si trova a pochi chilometri a sud di Rieti, sulla costa del "mons Rainerii". A detta della tradizione Francesco vi si recò per la prima volta nel 1217, e facendo sosta presso una sorgente d'acqua immersa nel verde della selva, la chiamò "Fons Columbarum", da cui in seguito venne la denominazione del romitorio e della zona circostante (l'origine del nome è controversa: mentre alcuni ritengono che sia stato Francesco stesso a sceglierlo, prendendo spunto dalla fonte nella quale erano solite dissetarsi le colombe, altri lo fanno derivare dal nome della donatrice: "donna Colomba", della quale, ancor oggi, si mostra l'abitazione incorporata nel convento propriamente detto).
Salito più in alto, il Poverello assisiate trovò la cappella e l'antistante romitorio, che probabilmente gli avevano indicato e offerto i monaci benedettini di Farfa.
Dedicata originariamente a Santa Cecilia, e più tardi alla Vergine Maria, intorno al Seicento, la cappellina di Fontecolombo venne intitolata a Santa Maria Maddalena. Il romitorio, invece, fu subito dedicato a San Francesco.
Il luogo entusiasmò particolarmente l'Assisiate, il quale vi costituì una piccola fraternità, che divenne frequente meta dei suoi ritiri, in particolare nel 1223 (primavera/estate), per la composizione della Regola, e nel 1225/1226 (autunno 1225/inverno 1226), per il doloroso intervento agli occhi.
Il fatto preminente verificatosi a Fontecolombo è la composizione della Regola bollata.
San Francesco compilò tre regole: la prima tra il 1209-1210, la seconda nel 1221 (Regola non bollata) e la terza nel 1223 (Regola bollata).
La prima, detta anche "Protoregola" o "Formula Vitae", molto breve, era composta di alcuni testi evangelici e alcune norme sul comportamento dei frati e sul loro modo di lavorare. Fu approvata "a voce" da papa Innocenzo III.
La seconda, scritta nel 1221 con la collaborazione di frate Cesario da Spira, fu presentata, probabilmente, al Capitolo generale celebrato nella Pentecoste del 1221. Questa Regola, sebbene fosse assai lunga e ricca di citazioni bibliche, si rivelò inadeguata, perché non sufficientemente dotata di elementi giuridico-istituzionali.
Forse, dietro il suggerimento del Cardinale Ugolino (protettore dell'Ordine), nel 1223, San Francesco si ritirò a Fontecolombo e "contento solo di pane ed acqua, nel digiuno" attese a scrivere la terza Regola, che consegnò a Frate Elia, il quale però "dopo pochi giorni confessò di averla smarrita per negligenza" (cf. Leg. maior, cap. IV, n. 11).
Il Santo si ritirò nuovamente nella solitudine di Fontecolombo per riscriverla, in compagnia dei frati Leone e Bonizio da Bologna.
Molti Provinciali allora, guidati da Frate Elia, raggiunsero il rifugio dove si era appartato Francesco, il quale, vedendoseli comparire dinanzi, domandò: "Cosa desiderano questi frati?". E Frate Elia: "Questi sono i Ministri, che avendo saputo che stai facendo una nuova Regola e temendo che sia troppo severa, dicono e protestano che non vogliono sentirsi obbligati ad essa, e perciò tu la faccia per tè, non per loro". Francesco rivolse la faccia al cielo e così parlò con Cristo: "Non dissi, Signore, che non mi avrebbero creduto?" Allora tutti udirono nell'aria la voce di Cristo che rispondeva: "Francesco, nulla vi è di tuo nella regola, poiché tutto quello che vi sta è mio. E voglio che sia osservata alla lettera, alla lettera, alla lettera, senza commenti, senza commenti, senza commenti!", e soggiunse: "So bene quanto può la fragilità umana e so io in quale misura intendo aiutarli. Quelli dunque che non vogliono osservarla escano dall'Ordine". Allora il Beato Francesco si volse a quei frati e disse: "Avete udito? Avete udito? Volete che ve lo faccia ripetere?". I Ministri riconoscendo la propria colpa, si allontanarono spaventati e confusi. (cf. Specchio di Perfezione, c. I).
San Bonaventura, inoltre, aggiunge: "Per incoraggiare i frati all'osservanza di questa Regola, il Santo soleva dire con grande fervore di non avervi inserito nulla di propria iniziativa, ma di aver fatto scrivere soltanto ciò che gli era stato rivelato. Ed affinché ciò fosse più evidente anche per testimonianza divina, ecco che dopo breve tempo, dallo stesso dito di Dio, gli furono impresse le stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo, le quali furono come la bolla di Cristo, Pontefice sommo, a totale conferma della Regola e per raccomandarne l'autore" (Leg. maior, cap. IV, n. 2).
Compilata nuovamente la Regola, Francesco, accompagnato da frate Leone, si recò a Roma, ove, grazie all'intervento del cardinale Ugolino, il 29 novembre 1223, con la Bolla "Solet annuere", ebbe l'assenso di Onorio III.
Ottenuta l'approvazione della Regola, il Santo tornò a Fontecolombo. Da qui, circa due settimane prima della festa della natività, mandò a chiamare l'amico Giovanni Velita di Greccio, e lo pregò di fare i preparativi per il presepio, perché in quell'anno, con l'autorizzazione del papa, voleva ricordare il mistero della nascita di Cristo "con la maggior solennità possibile, per rinfocolarne la devozione" (Leg. maior, cap. X, n. 7).
"Già molti l'hanno detto - osserva lo Schneider - : l'ordine dei frati minori ha in Greccio la sua Betlemme, sulla Verna il suo Golgota e, infine, sulla collina di Fonte Colombo il suo Sinai (...). Si capisce allora perché, visitando l'eremo, papa Sisto IV si togliesse i calzari, esclamando in preda all'emozione più viva: Ecco il luogo dove la vita evangelica venne rinnovata".
Il secondo memorabile soggiorno tenuto da frate Francesco presso l'eremo di Fontecolombo fu nell'anno che precedette la sua morte (autunno 1225/inverno 1226), quando vi fu condotto nella speranza che la quiete del luogo e le cure di reputatissimi medici, esperti nel curare le oftalmie, avessero potuto apportare qualche sollievo al suo male che già lo minacciava di cecità.
Francesco, ripetutamente invitato dal cardinale Ugolino, accompagnato dai suoi quattro frati infermieri (secondo alcuni: Angelo Tancredi, Leone, Rufino e Giovanni delle Lodi; secondo altri: Angelo Tancredi, Rufino, Leone e Bernardo), dopo una lunga sosta a San Damiano, partì per Rieti. Ma per sfuggire alle manifestazioni di entusiasmo che la popolazione si apprestava a tributargli, volle rifugiarsi a Santa Maria della Foresta, in attesa dell'operazione, ospite del prete che custodiva la chiesina di San Fabiano. Questo delizioso luogo, "ameno adatto al riposo", a poca distanza da Rieti, risulta ancor oggi immerso nella vallata solcata dal torrente dell'Acqua Marina, completamente circondato da boschi di castagni e di roveri.
Presto i reatini, scoperto il rifugio del Santo, vi accorsero numerosi, non disdegnando, dopo aver visitato Francesco, di assaggiare l'uva della vigna del prete, prossima alla vendemmia. Antichi biografi ricordano il fatto: "L'uva chi la coglieva e chi la mangiava, chi la portava via, chi la calpestava, per cui il sacerdote fortemente si turbava, ripetendo: "Per quest'anno la mia vigna è perduta'" (Leggenda perugina, n. 25).
I Fioretti tramandano che per la preghiera di Francesco, il prete poté raccogliere uva e farne ottimo vino in abbondanza.
A La Foresta, intanto, i medici pontifici (il papa, con il suo seguito, era allora a Rieti) avevano tentato su Francesco tutti i rimedi possibili, come sanguisughe, vescicanti, impiastri, senza ottenere il minimo risultato. Disperati, decisero di ricorrere a mezzi estremi e di cauterizzare con un ferro rovente le tempie del malato.
Quindi, all'inizio del gennaio 1226, il Santo fu trasportato a Fontecolombo per l'intervento chirurgico. Narrano le cronache: "All'avvicinarsi della stagione favorevole per curare il male d'occhi, Francesco lasciò quel luogo (La Foresta), benché la sua infermità fosse peggiorata. Teneva la testa avvolta in un grande cappuccio confezionato dai frati, e siccome non poteva sopportare la luce del giorno a causa degli acerbi dolori che gli provocava, portava sugli occhi una fascia di lana e di lino cucita col cappuccio. I compagni, accomodatolo sopra una cavalcatura, lo condussero all'eremitaggio di Fontecolombo presso Rieti (…). Un giorno arrivò il medico, portando il ferro con cui eseguiva le cauterizzazioni per il male d'occhi. Per arroventarlo fece accendere il fuoco e ve lo mise dentro. Intanto Francesco, allo scopo di irrobustire il suo spirito contro la paura, parlò al fuoco: 'Fratello mio fuoco, nobile e utile fra le creature dell'Altissimo, sii cortese con me in quest'ora. Io ti ho sempre amato, e ancor più ti amerò, per amore di quel Signore che ti ha creato. E prego il nostro Creatore che temperi il suo ardore, in modo che io possa sopportarlo'. Finita l'orazione, tracciò sul fuoco il segno della croce. Noi che eravamo con lui fuggimmo tutti, sopraffatti dalla emozione e dalla pietà; restò con lui soltanto il medico. Dopo eseguito l'intervento, tornammo da lui, che ci disse: 'Paurosi e uomini di poca fede, perché siete scappati? In verità vi dico che non ho provato nessun dolore, nemmeno il calore del ferro infuocato. Anzi, se non sono cotto bene, mi si cuoccia meglio'. L'oculista restò trasecolato, e tenne la cosa per grande miracolo, poiché Francesco, durante l'operazione, non si era neanche mosso. E commentò: 'Fratelli, vi dico che non solo costui, che è così debole e malato, ma temerei che una bruciatura simile non riuscirebbe a sopportarla neppure un uomo vigoroso e sano, come già ho sperimentato in alcuni casi'. La cauterizzazione in effetti era stata lunga, cominciando da presso l'orecchio fino al sopracciglio, per arrestare il copioso umore che giorno e notte da molti anni scendevano agli occhi. Perciò fu necessario, a parere di quel medico, incidere tutte le vene, dall'orecchio al sopracciglio. Altri sanitari erano invece dell'idea che tale intervento fosse controindicato; e fu vero, poiché l'operazione non giovò a nulla. Un altro medico gli perforò entrambi gli orecchi, ma ugualmente senza risultato" (Leggenda perugina, n. 46-48).

FONTECOLOMBO

Lo splendido Santuario di Fontecolombo, posto a 650 m. sul livello del mare, a sud della valle reatina, è inserito, come Greccio, sulla parte sinistra dei contrafforti appenninici, quasi nascosto tra i piccoli colli che degradano in una verzura foltissima, al di sopra del bosco sacro dove frate Francesco ed i suoi compagni erano soliti raccogliersi in preghiera.
Il complesso è preceduto da una graziosa piazzetta con dei faggi piantati sull'orlo di un precipizio. Dinanzi è la quattrocentesca chiesa, alla cui sinistra, un ingresso eretto nel 1691 immette al Santuario propriamente detto; nella parte superiore dell'entrata, a grossi caratteri, sono riportate le parole dell'Esodo: Togliti i calzari dai tuoi piedi perché santa è la terra che tu calchi. Si narra che il Pontefice Sisto IV, visitando a piedi scalzi il santuario, commosso fino alle lagrime, avesse esclamato: "Questo è il luogo in cui fu rinnovata la vita, qui da Dio fu data la Regola dei Frati Minori".


LA CHIESA

Entrando in chiesa, prima di varcare la soglia, sulla lunetta del portale è un pregevole affresco del sec. XV, raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Francesco e Ludovico di Tolosa.
L'edificio risale alla seconda metà del sec. XIII, ingrandito nel XV, consacrato nel 1450 e dedicato ai Santi Francesco e Bernardino da Siena.
Subito, a destra, è una bellissima scultura lignea del sec. XVII raffigurante San Francesco in meditazione ai piedi del Crocifisso. Più avanti, un'altra scultura rappresenta l'Approvazione della Regola da parte di Cristo. L'opera è di frate Giovanni da Pisa (1645). In essa si riconoscono San Francesco inginocchiato; a lato frate Leone intento a scrivere. Alle spalle di quest'ultimo i Ministri Provinciali che protestano per la Regola; in alto, sul leccio, il Cristo seduto con la Regola in mano; alla sua sinistra la piccola cappella della Maddalena.
Dietro l'altare è il quattrocentesco coro ligneo; da notare la scritta nella parte alta degli stalli: "Si cor non orat invanum lingua laborat" (se il cuore non prega invano si affatica la lingua).
Una copia ingrandita del Testo della Regola e una Madonna col Bambino della scuola di Antoniazzo Romano (sec. XV), riempiono la parete sinistra.
Le artistiche vetrate, del Picchiarini, su disegno di Duilio Cambellotti (1926), rappresentano vari episodi della vita di San Francesco.


IL SANTUARIO

Uscendo dalla chiesa, oltrepassato, a sinistra, un cancello, si scende per un sentiero di ciottoli. A destra, oltre all'antico conventino del sec, XV, è il romitorio abitato da San Francesco e dai suoi primi compagni: è questo il luogo dove il Santo subì l'operazione agli occhi.
Di fronte, subito dopo, è la Cappella della Madonna detta comunemente della Maddalena, già esistente al tempo di San Francesco.
La facciata della chiesina mostra un minuto campanile a vela, la cui campanella, stando alla tradizione, sarebbe la stessa "di cui S. Francesco si serviva per convocare i frati dai vicini romitori". Una semplice porticina a sesto acuto immette nel grazioso ambiente. Qui l'Apostolo umbro pregava e partecipava all'Eucarestia officiata ogni dì dall'inseparabile compagno Leone.
Nel piccolo presbiterio è l'altarino: una ruvida mensa di pietra sorretta da una colonnina. Nell'arcone absidale, leggermente ogivato e poggiante su due mensole, sono visibili, malgrado le ampie cadute di colore, dipinti a fresco di stile chiaramente bizantino, riconducibili al sec. XII, e, quindi, testimoniati già al tempo dei soggiorni di Francesco nella Valle reatina: al centro è l'immagine di Cristo Pantocrate; alla sua sinistra la Vergine col Bambino, alla sua destra Santa Cecilia, al di sopra della quale volteggia un Angelo dalle ali fiammanti. Sulla parete destra si ammirano due affreschi: una modesta raffigurazione della Maddalena, del sec. XV, e una trecentesca immagine che propone una Santa venerata da un guerriero, tradizionalmente identificata con Cunegonda, duchessa di Polonia.
Sulla parete sinistra, opera di chiara mano secentesca, è affrescata Santa Chiara di Assisi con in mano l'Eucarestia, in atto di mettere in fuga i saraceni.
Su questa stessa parete, nello sguancio della finestrella, si scorge il simbolico Thau francescano, la cui esecuzione è attribuita alla mano del Santo assisiate.


IL SACRO SPECO

Ripreso il sentiero, in dolce e serpeggiante scoscesa, si raggiunge una nicchia caratterizzata da un rovinoso affresco raffigurante la Vergine Maria.
Una ripida e rozza gradinata che scende aggrappandosi, quasi, alla montagna, conduce al Santuario propriamente detto.
E' questo il cuore del convento: un autentico dedalo di rocce, anfratti e stretti canaloni, inserito nella meravigliosa solitudine della selva di lecci ed acacie che sembra cantare tutte le voci della natura.
La cappellina di San Michele, costruita subito dopo la morte del Serafico assisiate, è un piccolo ambiente di cui il nudo scoglio forma una delle pareti. L'interno vede un altare costituito da una tavola in pietra poggiata ad un cippo, superiormente al quale è posto un dipinto raffigurante la Stesura della Regola.
Alla destra dell'altare, sette gradini incavati nello scoglio conducono al Sacro Speco: un orrida fenditura nella roccia aperta alle due estremità, ingenuamente creduta dalle tradizioni popolari, ancora ai tempi del Wadding (secolo XVII), originata dal rovinoso sisma che accompagnò la morte di Cristo sul Calvario.
In questa selvaggia spelonca il serafico Francesco pose la sua dimora e, dopo un digiuno di quaranta giorni, dettò a frate Leone le parole della Regola.
Stupenda! Quasi un nido d'aquila da cui lo sguardo si tuffa nell'aere, trascinandovi l'animo.
A detta delle cronache, sarebbe "questo il sacro Sinai francescano, essendo qui apparso il Signore a san Francesco, quando stava scrivendo la Regola per i suoi frati, come già era apparso a Mosè sul Monte Sinai, quando scrisse le Tavole della Legge, per il popolo ebreo".
Uscendo dalla sacra spelonca, a pochi passi, è la grotta di frate Leone, luogo ove l'amatissimo e inseparabile compagno di Francesco era solito raccogliersi in preghiera. E' qui che, nel 1223, in compagnia di frate Bonizio, egli scrisse la Regola dettatagli dal Serafico poverello. Sulla volta dell'anfratto si individua un vuoto a forma di calotta: la leggenda popolare vuole che "frate Leone, udendo il Signore che parlava al Santo, alzasse istintivamente la testa, imprimendo nella roccia la sua forma".
Tra il Sacro Speco e la grotta di frate Leone, protetto da una casupola, si trova il ceppo del leccio sul quale sarebbe apparso Gesù quando, a viva voce, confermò la Regola. L'albero, schiantatosi nel 1622 a seguito di abbondanti nevicate, fu utilizzato da frate Giovanni da Pisa, per la sua pregevole opera conservata nella chiesa del convento; a protezione della residua reliquia, nel 1690, venne edificata l'anzidetta casupola.


IL CONVENTO

Tornando al piazzale del Santuario, è debito visitare il convento.
A destra della porta della chiesa, è l'ingresso al convento propriamente detto, costruito a partire dal sec. XV. Un grande chiostro, dotato di un grazioso pozzo-cisterna ed ingentilito da una bronzea raffigurazione del Santo poverello, individua l'intero complesso cenobitico. A nord sono gli avanzi dell'antica casa appartenuta, a detta della tradizione, alla pia benefattrice Colomba. Il primitivo conventino designato nella storia dell'Ordine come "luogo povero e solitario", sorgeva nella parte orientale, opposto alla cappella della Maddalena. Logorato dal tempo, l'antico edificio venne sostituito, dapprima con la fabbrica a pianterreno che si prospetta nel Santuario, consistente in dodici celle, oltre il refettorio e la cucina, successivamente con un primo piano di poche celle, edificato sugli avanzi della presunta abitazione di "donna Colomba", e proseguito nel 1864. Tra il 1855 ed il 1863 fu completato il quadrato del primo piano ed alzato il secondo.


LA SELVA

Dal piazzale della chiesa, un antico viale, magicamente immerso nel verde cupo dei lecci e delle acacie, adduce alla "fons Palumbiae", luogo ove frate Francesco e, dopo di lui per secoli, i frati del luogo hanno attinto il nobile elemento.
Lungo il cammino sono tre cappelle, ornate, nel 1949, da pregevoli terrecotte. All'inizio del sentiero, presso il piazzale, è la prima cappella; edificata nel secolo XVIII e restaurata nel secolo XIX, è dedicata all'Ascensione del Signore. Più avanti è la settecentesca cappella dedicata a Sant'Antonio da Padova. Proseguendo l'ameno viale, si giunge alla Fonte delle Colombe, luogo amatissimo dall'Apostolo umbro. Limitrofa è la secentesca cappellina detta della "Regoletta".

LA FORESTA

Magnificamente inserito tra le pittoresche colline poste a nord della città di Rieti, in una solenne vallata solcata dal torrente dell'Acqua Marina, tutto circondato da boschi di castagno e di rovere, è il convento di Santa Maria de La Foresta.
Lungo la via che adduce al Santuario, una graziosa nicchia, ingentilita da una moderna ceramica, raffigurante Francesco in atto di lasciare questo luogo per raggiungere Fontecolombo, precede il muro di cinta, ove, nel 1950, furono erette le quattordici stazioni della Via Crucis.
Nell'ampio piazzale antistante al complesso cenobitico, un'edicola edificata nel 1950, mostra, in una ceramica: la Madonna che tiene in grembo il Bambino, il quale offre a San Francesco un grappolo d'uva, opera che ricorda il prodigioso miracolo del vino, qui operato da San Francesco nel 1225. A destra dell'edicola, sulla collinetta, a ridosso del bosco, è il complesso marmoreo raffigurante San Francesco ed i quattro compagni, che assunsero il delicato ruolo di "premurosissimi" infermieri del Serafico assisiate.
Il convento di Santa Maria de La Foresta, a detta dell'autorevole Terzi, "è rappresentato da quattro epoche": prefrancescana, dei Romiti, dei Clareni e secentesca.
Quando frate Francesco, nel 1225, giunse nella chiesina di San Fabiano, vi trovò come custode un umile sacerdote, la cui abitazione era locata ove attualmente sorge la chiesa di Santa Maria. Opposta alla canonica era una domus, dimora del proprietario della zona o del suo fattore.

CHIESA DI SAN FABIANO

L'interno della sacra aula, ad una navata, caratterizzato da una piccola abside con copertura a mezza cupola, è completamente ingentilito da frammentari affreschi, il cui recente restauro ha restituito una affidabile leggibilità.
Nel catino absidale è rappresentato il Cristo in trono benedicente, alla sua sinistra sono San Giovanni Battista ed una Santa vergine e martire (forse Santa Barbara, protettrice di Rieti); alla sua destra è un Pontefice infulato, avente a lato un semplice fedele che conserva intatti appena il volto ed un lembo di veste.
Nell'arco trionfale, entro clipei, si riconoscono: a sinistra San Paolo, a destra un mutilo San Pietro, in corrispondenza ai quali, più in basso, si trovano rispettivamente San Ludovico, vescovo di Tolosa, e la Madonna in trono col Bambino.
Nella parete laterale destra si susseguono frammentarie immagini raffiguranti: Santa Caterina d'Alessandria; un Angelo, facente parte di una perduta Annunciazione; la Vergine in trono col bambino, resto di una scomparsa Adorazione dei Magi; e, nella controfacciata, la Presentazione al Tempio. Il ciclo pittorico, a detta degli esperti, va sicuramente datato posteriormente al 1317, anno della canonizzazione di Ludovico da Tolosa.
La mensa dell'altare, poggiante su due pilastrini moderni, è ritenuta quella originaria.
Il pavimento attuale, in lastre di pietra, ricopre quello primitivo consistente in un battuto di calce leggermente levigato alla superficie, osservabile sotto i cristalli.
Integri sono i muri perimetrali, ad eccezione di quello comunicante con la chiesa di Santa Maria, sostituito da una moderna balaustra in travertino.


LA DOMUS (CASA OSPITALE)

Uscendo dalla graziosa chiesina di San Fabiano, si attraversa uno spazio dove, al tempo di frate Francesco, transitava la "via pubblica", successivamente deviata dai Romiti dietro l'edificio sacro. Sulla parete di nord si legge: AMOENUS LOCUS AD QUIESCENDUM - LUOGO AMENO ATTO AL RIPOSO. Inferiormente alla dicitura è una moderna ceramica raffigurante Sant'Antonio da Padova col Bambino Gesù. Una porta, ritenuta quella originaria, immette nell'ambiente in cui, stando alle cronache, "trasse la sua dimora, per circa quattro mesi, il Santo con i suoi quattro compagni, Bernardo, Leone, Angelo e Masseo". Riferisce Mons. Terzi: "La prima parte era un atrio coperto, dove, secondo l'uso contadinesco, si trovava un po' di tutto, compresa la botte per conservare il vino. C'era pure, secondo l'uso reatino, la vasca per pigiare le uve e il vaschettino per raccogliere il mosto. Vasca e vaschettino sono, in parte, ancora conservati e, in parte, ricostruiti. Appresso la vasca c'era la porta originaria, che metteva nella vigna devastata dai reatini. La balaustra in legno è posta in sostituzione del muro, che divideva l'atrio della cucina, che era pure sala da pranzo e luogo di soggiorno. La cucina conserva intatte le rimanenti tre pareti, le quali, non essendo intonacate, mostrano visibili gli strati di fuliggine. Il camino era a sinistra, dove più denso si vede lo strato di fuliggine; non aveva la canna fumaria, in suo luogo, sotto il soffitto, v'era un buco, tuttora visibile, destinato all'uscita del fumo. Dirimpetto, si vede la chiusura di un altro camino, successivamente costruito dai Chiarini (Clareni). Sopra il piano terra, vi è un ambiente di uguale grandezza, che in antico, come pure al tempo del santo, era adibito a dormitorio".
Adiacente alla domus, ove originariamente aveva inizio la vigna del sacerdote depauperata dal popolo, è il grazioso chiostro quattrocentesco: quattro umili porticati a tetto, dalle gronde sorrette da colonnine ottagonali in mattoni, rinserrano una piccola corte quadrata il cui piantito di pietre sale, con lieve pendenza, verso il pozzo-cisterna.

LA GROTTA DI SAN FRANCESCO

Limitrofa alla casa ospitale è la celluzza di frate Francesco: un antro naturale le cui pareti sono costituite dalla roccia; pure di roccia è la quasi totalità della copertura, la porzione scoperta era difesa, ai tempi del Santo, da stuoie formate da cannucce, ora invece è coperta con volticella. In questo anfratto Poverello assisiate soleva ritirarsi nei momenti di maggior raccoglimento. Lo si raggiunge passando sotto un vetusto arco secentesco, scendendo una ripida scala.

LA CHIESA DI SANTA MARIA

La chiesa di Santa Maria, separata dalla chiesetta di San Fabiano da una moderna balaustra in travertino, venne edificata nel sec. XIV dai Romiti qui dimoranti, sul preciso luogo ove sorgeva la canonica del prete.
Dopo gli inevitabili rimaneggiamenti susseguitisi nel corso dei secoli, il sacro oratorio mostra nel suo interno un pregevole altare settecentesco, sul quale alberga una terracotta secentesca raffigurante la Madonna Bambina (detta anche Madonna del Presepio). Da ammirare i settecenteschi stalli del coro posti nell'abside dell'ambiente. L'unico abbellimento del sacro luogo è costituito da due finestre moderne artisticamente istoriate.


Estratto da: PAOLO ROSSI, Francesco d'Assisi e la Valle reatina
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it


Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere a:

Santuario di Fontecolombo
Convento di San Francesco
02100 Fontecolombo (Rieti - Italia)
Tel. 0746 210125
Fax 0746 210157
APT Rieti, tel. 0746 201146/47

Santuario La Foresta
Convento di Santa Maria de La Foresta
Comunità "Mondo X"
02100 La Foresta (Rieti - Italia)
Tel. e fax 0746 200085
APT Rieti, tel. 0746 201146/47




 
 



Property of "Sacred Convent of Assisi".
Management by: DreamNet Ltd