l Santuario di Fontecolombo, delicata e commovente oasi francescana
della Valle Santa reatina, si trova a pochi chilometri a sud
di Rieti, sulla costa del "mons Rainerii". A detta
della tradizione Francesco vi si recò per la prima
volta nel 1217, e facendo sosta presso una sorgente d'acqua
immersa nel verde della selva, la chiamò "Fons
Columbarum", da cui in seguito venne la denominazione
del romitorio e della zona circostante (l'origine del nome
è controversa: mentre alcuni ritengono che sia stato
Francesco stesso a sceglierlo, prendendo spunto dalla fonte
nella quale erano solite dissetarsi le colombe, altri lo fanno
derivare dal nome della donatrice: "donna Colomba",
della quale, ancor oggi, si mostra l'abitazione incorporata
nel convento propriamente detto).
Salito più in alto, il Poverello assisiate trovò
la cappella e l'antistante romitorio, che probabilmente gli
avevano indicato e offerto i monaci benedettini di Farfa.
Dedicata originariamente a Santa Cecilia, e più tardi
alla Vergine Maria, intorno al Seicento, la cappellina di
Fontecolombo venne intitolata a Santa Maria Maddalena. Il
romitorio, invece, fu subito dedicato a San Francesco.
Il luogo entusiasmò particolarmente l'Assisiate, il
quale vi costituì una piccola fraternità, che
divenne frequente meta dei suoi ritiri, in particolare nel
1223 (primavera/estate), per la composizione della Regola,
e nel 1225/1226 (autunno 1225/inverno 1226), per il doloroso
intervento agli occhi.
Il fatto preminente verificatosi a Fontecolombo è la
composizione della Regola bollata.
San Francesco compilò tre regole: la prima tra il 1209-1210,
la seconda nel 1221 (Regola non bollata) e la terza nel 1223
(Regola bollata).
La prima, detta anche "Protoregola" o "Formula
Vitae", molto breve, era composta di alcuni testi evangelici
e alcune norme sul comportamento dei frati e sul loro modo
di lavorare. Fu approvata "a voce" da papa Innocenzo
III.
La seconda, scritta nel 1221 con la collaborazione di frate
Cesario da Spira, fu presentata, probabilmente, al Capitolo
generale celebrato nella Pentecoste del 1221. Questa Regola,
sebbene fosse assai lunga e ricca di citazioni bibliche, si
rivelò inadeguata, perché non sufficientemente
dotata di elementi giuridico-istituzionali.
Forse, dietro il suggerimento del Cardinale Ugolino (protettore
dell'Ordine), nel 1223, San Francesco si ritirò a Fontecolombo
e "contento solo di pane ed acqua, nel digiuno"
attese a scrivere la terza Regola, che consegnò a Frate
Elia, il quale però "dopo pochi giorni confessò
di averla smarrita per negligenza" (cf. Leg. maior, cap.
IV, n. 11).
Il Santo si ritirò nuovamente nella solitudine di Fontecolombo
per riscriverla, in compagnia dei frati Leone e Bonizio da
Bologna.
Molti Provinciali allora, guidati da Frate Elia, raggiunsero
il rifugio dove si era appartato Francesco, il quale, vedendoseli
comparire dinanzi, domandò: "Cosa desiderano questi
frati?". E Frate Elia: "Questi sono i Ministri,
che avendo saputo che stai facendo una nuova Regola e temendo
che sia troppo severa, dicono e protestano che non vogliono
sentirsi obbligati ad essa, e perciò tu la faccia per
tè, non per loro". Francesco rivolse la faccia
al cielo e così parlò con Cristo: "Non
dissi, Signore, che non mi avrebbero creduto?" Allora
tutti udirono nell'aria la voce di Cristo che rispondeva:
"Francesco, nulla vi è di tuo nella regola, poiché
tutto quello che vi sta è mio. E voglio che sia osservata
alla lettera, alla lettera, alla lettera, senza commenti,
senza commenti, senza commenti!", e soggiunse: "So
bene quanto può la fragilità umana e so io in
quale misura intendo aiutarli. Quelli dunque che non vogliono
osservarla escano dall'Ordine". Allora il Beato Francesco
si volse a quei frati e disse: "Avete udito? Avete udito?
Volete che ve lo faccia ripetere?". I Ministri riconoscendo
la propria colpa, si allontanarono spaventati e confusi. (cf.
Specchio di Perfezione, c. I).
San Bonaventura, inoltre, aggiunge: "Per incoraggiare
i frati all'osservanza di questa Regola, il Santo soleva dire
con grande fervore di non avervi inserito nulla di propria
iniziativa, ma di aver fatto scrivere soltanto ciò
che gli era stato rivelato. Ed affinché ciò
fosse più evidente anche per testimonianza divina,
ecco che dopo breve tempo, dallo stesso dito di Dio, gli furono
impresse le stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo,
le quali furono come la bolla di Cristo, Pontefice sommo,
a totale conferma della Regola e per raccomandarne l'autore"
(Leg. maior, cap. IV, n. 2).
Compilata nuovamente la Regola, Francesco, accompagnato da
frate Leone, si recò a Roma, ove, grazie all'intervento
del cardinale Ugolino, il 29 novembre 1223, con la Bolla "Solet
annuere", ebbe l'assenso di Onorio III.
Ottenuta l'approvazione della Regola, il Santo tornò
a Fontecolombo. Da qui, circa due settimane prima della festa
della natività, mandò a chiamare l'amico Giovanni
Velita di Greccio, e lo pregò di fare i preparativi
per il presepio, perché in quell'anno, con l'autorizzazione
del papa, voleva ricordare il mistero della nascita di Cristo
"con la maggior solennità possibile, per rinfocolarne
la devozione" (Leg. maior, cap. X, n. 7).
"Già molti l'hanno detto - osserva lo Schneider
- : l'ordine dei frati minori ha in Greccio la sua Betlemme,
sulla Verna il suo Golgota e, infine, sulla collina di Fonte
Colombo il suo Sinai (...). Si capisce allora perché,
visitando l'eremo, papa Sisto IV si togliesse i calzari, esclamando
in preda all'emozione più viva: Ecco il luogo dove
la vita evangelica venne rinnovata".
Il secondo memorabile soggiorno tenuto da frate Francesco
presso l'eremo di Fontecolombo fu nell'anno che precedette
la sua morte (autunno 1225/inverno 1226), quando vi fu condotto
nella speranza che la quiete del luogo e le cure di reputatissimi
medici, esperti nel curare le oftalmie, avessero potuto apportare
qualche sollievo al suo male che già lo minacciava
di cecità.
Francesco, ripetutamente invitato dal cardinale Ugolino, accompagnato
dai suoi quattro frati infermieri (secondo alcuni: Angelo
Tancredi, Leone, Rufino e Giovanni delle Lodi; secondo altri:
Angelo Tancredi, Rufino, Leone e Bernardo), dopo una lunga
sosta a San Damiano, partì per Rieti. Ma per sfuggire
alle manifestazioni di entusiasmo che la popolazione si apprestava
a tributargli, volle rifugiarsi a Santa Maria della Foresta,
in attesa dell'operazione, ospite del prete che custodiva
la chiesina di San Fabiano. Questo delizioso luogo, "ameno
adatto al riposo", a poca distanza da Rieti, risulta
ancor oggi immerso nella vallata solcata dal torrente dell'Acqua
Marina, completamente circondato da boschi di castagni e di
roveri.
Presto i reatini, scoperto il rifugio del Santo, vi accorsero
numerosi, non disdegnando, dopo aver visitato Francesco, di
assaggiare l'uva della vigna del prete, prossima alla vendemmia.
Antichi biografi ricordano il fatto: "L'uva chi la coglieva
e chi la mangiava, chi la portava via, chi la calpestava,
per cui il sacerdote fortemente si turbava, ripetendo: "Per
quest'anno la mia vigna è perduta'" (Leggenda
perugina, n. 25).
I Fioretti tramandano che per la preghiera di Francesco, il
prete poté raccogliere uva e farne ottimo vino in abbondanza.
A La Foresta, intanto, i medici pontifici (il papa, con il
suo seguito, era allora a Rieti) avevano tentato su Francesco
tutti i rimedi possibili, come sanguisughe, vescicanti, impiastri,
senza ottenere il minimo risultato. Disperati, decisero di
ricorrere a mezzi estremi e di cauterizzare con un ferro rovente
le tempie del malato.
Quindi, all'inizio del gennaio 1226, il Santo fu trasportato
a Fontecolombo per l'intervento chirurgico. Narrano le cronache:
"All'avvicinarsi della stagione favorevole per curare
il male d'occhi, Francesco lasciò quel luogo (La Foresta),
benché la sua infermità fosse peggiorata. Teneva
la testa avvolta in un grande cappuccio confezionato dai frati,
e siccome non poteva sopportare la luce del giorno a causa
degli acerbi dolori che gli provocava, portava sugli occhi
una fascia di lana e di lino cucita col cappuccio. I compagni,
accomodatolo sopra una cavalcatura, lo condussero all'eremitaggio
di Fontecolombo presso Rieti (
). Un giorno arrivò
il medico, portando il ferro con cui eseguiva le cauterizzazioni
per il male d'occhi. Per arroventarlo fece accendere il fuoco
e ve lo mise dentro. Intanto Francesco, allo scopo di irrobustire
il suo spirito contro la paura, parlò al fuoco: 'Fratello
mio fuoco, nobile e utile fra le creature dell'Altissimo,
sii cortese con me in quest'ora. Io ti ho sempre amato, e
ancor più ti amerò, per amore di quel Signore
che ti ha creato. E prego il nostro Creatore che temperi il
suo ardore, in modo che io possa sopportarlo'. Finita l'orazione,
tracciò sul fuoco il segno della croce. Noi che eravamo
con lui fuggimmo tutti, sopraffatti dalla emozione e dalla
pietà; restò con lui soltanto il medico. Dopo
eseguito l'intervento, tornammo da lui, che ci disse: 'Paurosi
e uomini di poca fede, perché siete scappati? In verità
vi dico che non ho provato nessun dolore, nemmeno il calore
del ferro infuocato. Anzi, se non sono cotto bene, mi si cuoccia
meglio'. L'oculista restò trasecolato, e tenne la cosa
per grande miracolo, poiché Francesco, durante l'operazione,
non si era neanche mosso. E commentò: 'Fratelli, vi
dico che non solo costui, che è così debole
e malato, ma temerei che una bruciatura simile non riuscirebbe
a sopportarla neppure un uomo vigoroso e sano, come già
ho sperimentato in alcuni casi'. La cauterizzazione in effetti
era stata lunga, cominciando da presso l'orecchio fino al
sopracciglio, per arrestare il copioso umore che giorno e
notte da molti anni scendevano agli occhi. Perciò fu
necessario, a parere di quel medico, incidere tutte le vene,
dall'orecchio al sopracciglio. Altri sanitari erano invece
dell'idea che tale intervento fosse controindicato; e fu vero,
poiché l'operazione non giovò a nulla. Un altro
medico gli perforò entrambi gli orecchi, ma ugualmente
senza risultato" (Leggenda perugina, n. 46-48).
FONTECOLOMBO
Lo splendido Santuario di Fontecolombo, posto
a 650 m. sul livello del mare, a sud della valle reatina,
è inserito, come Greccio, sulla parte sinistra dei
contrafforti appenninici, quasi nascosto tra i piccoli colli
che degradano in una verzura foltissima, al di sopra del bosco
sacro dove frate Francesco ed i suoi compagni erano soliti
raccogliersi in preghiera.
Il complesso è preceduto da una graziosa piazzetta
con dei faggi piantati sull'orlo di un precipizio. Dinanzi
è la quattrocentesca chiesa, alla cui sinistra, un
ingresso eretto nel 1691 immette al Santuario propriamente
detto; nella parte superiore dell'entrata, a grossi caratteri,
sono riportate le parole dell'Esodo: Togliti i calzari dai
tuoi piedi perché santa è la terra che tu calchi.
Si narra che il Pontefice Sisto IV, visitando a piedi scalzi
il santuario, commosso fino alle lagrime, avesse esclamato:
"Questo è il luogo in cui fu rinnovata la vita,
qui da Dio fu data la Regola dei Frati Minori".
LA CHIESA
Entrando in chiesa, prima di varcare la soglia,
sulla lunetta del portale è un pregevole affresco del
sec. XV, raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Francesco
e Ludovico di Tolosa.
L'edificio risale alla seconda metà del sec. XIII,
ingrandito nel XV, consacrato nel 1450 e dedicato ai Santi
Francesco e Bernardino da Siena.
Subito, a destra, è una bellissima scultura lignea
del sec. XVII raffigurante San Francesco in meditazione ai
piedi del Crocifisso. Più avanti, un'altra scultura
rappresenta l'Approvazione della Regola da parte di Cristo.
L'opera è di frate Giovanni da Pisa (1645). In essa
si riconoscono San Francesco inginocchiato; a lato frate Leone
intento a scrivere. Alle spalle di quest'ultimo i Ministri
Provinciali che protestano per la Regola; in alto, sul leccio,
il Cristo seduto con la Regola in mano; alla sua sinistra
la piccola cappella della Maddalena.
Dietro l'altare è il quattrocentesco coro ligneo; da
notare la scritta nella parte alta degli stalli: "Si
cor non orat invanum lingua laborat" (se il cuore non
prega invano si affatica la lingua).
Una copia ingrandita del Testo della Regola e una Madonna
col Bambino della scuola di Antoniazzo Romano (sec. XV), riempiono
la parete sinistra.
Le artistiche vetrate, del Picchiarini, su disegno di Duilio
Cambellotti (1926), rappresentano vari episodi della vita
di San Francesco.
IL SANTUARIO
Uscendo dalla chiesa, oltrepassato, a sinistra,
un cancello, si scende per un sentiero di ciottoli. A destra,
oltre all'antico conventino del sec, XV, è il romitorio
abitato da San Francesco e dai suoi primi compagni: è
questo il luogo dove il Santo subì l'operazione agli
occhi.
Di fronte, subito dopo, è la Cappella della Madonna
detta comunemente della Maddalena, già esistente al
tempo di San Francesco.
La facciata della chiesina mostra un minuto campanile a vela,
la cui campanella, stando alla tradizione, sarebbe la stessa
"di cui S. Francesco si serviva per convocare i frati
dai vicini romitori". Una semplice porticina a sesto
acuto immette nel grazioso ambiente. Qui l'Apostolo umbro
pregava e partecipava all'Eucarestia officiata ogni dì
dall'inseparabile compagno Leone.
Nel piccolo presbiterio è l'altarino: una ruvida mensa
di pietra sorretta da una colonnina. Nell'arcone absidale,
leggermente ogivato e poggiante su due mensole, sono visibili,
malgrado le ampie cadute di colore, dipinti a fresco di stile
chiaramente bizantino, riconducibili al sec. XII, e, quindi,
testimoniati già al tempo dei soggiorni di Francesco
nella Valle reatina: al centro è l'immagine di Cristo
Pantocrate; alla sua sinistra la Vergine col Bambino, alla
sua destra Santa Cecilia, al di sopra della quale volteggia
un Angelo dalle ali fiammanti. Sulla parete destra si ammirano
due affreschi: una modesta raffigurazione della Maddalena,
del sec. XV, e una trecentesca immagine che propone una Santa
venerata da un guerriero, tradizionalmente identificata con
Cunegonda, duchessa di Polonia.
Sulla parete sinistra, opera di chiara mano secentesca, è
affrescata Santa Chiara di Assisi con in mano l'Eucarestia,
in atto di mettere in fuga i saraceni.
Su questa stessa parete, nello sguancio della finestrella,
si scorge il simbolico Thau francescano, la cui esecuzione
è attribuita alla mano del Santo assisiate.
IL SACRO SPECO
Ripreso il sentiero, in dolce e serpeggiante
scoscesa, si raggiunge una nicchia caratterizzata da un rovinoso
affresco raffigurante la Vergine Maria.
Una ripida e rozza gradinata che scende aggrappandosi, quasi,
alla montagna, conduce al Santuario propriamente detto.
E' questo il cuore del convento: un autentico dedalo di rocce,
anfratti e stretti canaloni, inserito nella meravigliosa solitudine
della selva di lecci ed acacie che sembra cantare tutte le
voci della natura.
La cappellina di San Michele, costruita subito dopo la morte
del Serafico assisiate, è un piccolo ambiente di cui
il nudo scoglio forma una delle pareti. L'interno vede un
altare costituito da una tavola in pietra poggiata ad un cippo,
superiormente al quale è posto un dipinto raffigurante
la Stesura della Regola.
Alla destra dell'altare, sette gradini incavati nello scoglio
conducono al Sacro Speco: un orrida fenditura nella roccia
aperta alle due estremità, ingenuamente creduta dalle
tradizioni popolari, ancora ai tempi del Wadding (secolo XVII),
originata dal rovinoso sisma che accompagnò la morte
di Cristo sul Calvario.
In questa selvaggia spelonca il serafico Francesco pose la
sua dimora e, dopo un digiuno di quaranta giorni, dettò
a frate Leone le parole della Regola.
Stupenda! Quasi un nido d'aquila da cui lo sguardo si tuffa
nell'aere, trascinandovi l'animo.
A detta delle cronache, sarebbe "questo il sacro Sinai
francescano, essendo qui apparso il Signore a san Francesco,
quando stava scrivendo la Regola per i suoi frati, come già
era apparso a Mosè sul Monte Sinai, quando scrisse
le Tavole della Legge, per il popolo ebreo".
Uscendo dalla sacra spelonca, a pochi passi, è la grotta
di frate Leone, luogo ove l'amatissimo e inseparabile compagno
di Francesco era solito raccogliersi in preghiera. E' qui
che, nel 1223, in compagnia di frate Bonizio, egli scrisse
la Regola dettatagli dal Serafico poverello. Sulla volta dell'anfratto
si individua un vuoto a forma di calotta: la leggenda popolare
vuole che "frate Leone, udendo il Signore che parlava
al Santo, alzasse istintivamente la testa, imprimendo nella
roccia la sua forma".
Tra il Sacro Speco e la grotta di frate Leone, protetto da
una casupola, si trova il ceppo del leccio sul quale sarebbe
apparso Gesù quando, a viva voce, confermò la
Regola. L'albero, schiantatosi nel 1622 a seguito di abbondanti
nevicate, fu utilizzato da frate Giovanni da Pisa, per la
sua pregevole opera conservata nella chiesa del convento;
a protezione della residua reliquia, nel 1690, venne edificata
l'anzidetta casupola.
IL CONVENTO
Tornando al piazzale del Santuario, è
debito visitare il convento.
A destra della porta della chiesa, è l'ingresso al
convento propriamente detto, costruito a partire dal sec.
XV. Un grande chiostro, dotato di un grazioso pozzo-cisterna
ed ingentilito da una bronzea raffigurazione del Santo poverello,
individua l'intero complesso cenobitico. A nord sono gli avanzi
dell'antica casa appartenuta, a detta della tradizione, alla
pia benefattrice Colomba. Il primitivo conventino designato
nella storia dell'Ordine come "luogo povero e solitario",
sorgeva nella parte orientale, opposto alla cappella della
Maddalena. Logorato dal tempo, l'antico edificio venne sostituito,
dapprima con la fabbrica a pianterreno che si prospetta nel
Santuario, consistente in dodici celle, oltre il refettorio
e la cucina, successivamente con un primo piano di poche celle,
edificato sugli avanzi della presunta abitazione di "donna
Colomba", e proseguito nel 1864. Tra il 1855 ed il 1863
fu completato il quadrato del primo piano ed alzato il secondo.
LA SELVA
Dal piazzale della chiesa, un antico viale,
magicamente immerso nel verde cupo dei lecci e delle acacie,
adduce alla "fons Palumbiae", luogo ove frate Francesco
e, dopo di lui per secoli, i frati del luogo hanno attinto
il nobile elemento.
Lungo il cammino sono tre cappelle, ornate, nel 1949, da pregevoli
terrecotte. All'inizio del sentiero, presso il piazzale, è
la prima cappella; edificata nel secolo XVIII e restaurata
nel secolo XIX, è dedicata all'Ascensione del Signore.
Più avanti è la settecentesca cappella dedicata
a Sant'Antonio da Padova. Proseguendo l'ameno viale, si giunge
alla Fonte delle Colombe, luogo amatissimo dall'Apostolo umbro.
Limitrofa è la secentesca cappellina detta della "Regoletta".
LA FORESTA
Magnificamente inserito tra le pittoresche colline
poste a nord della città di Rieti, in una solenne vallata
solcata dal torrente dell'Acqua Marina, tutto circondato da
boschi di castagno e di rovere, è il convento di Santa
Maria de La Foresta.
Lungo la via che adduce al Santuario, una graziosa nicchia,
ingentilita da una moderna ceramica, raffigurante Francesco
in atto di lasciare questo luogo per raggiungere Fontecolombo,
precede il muro di cinta, ove, nel 1950, furono erette le
quattordici stazioni della Via Crucis.
Nell'ampio piazzale antistante al complesso cenobitico, un'edicola
edificata nel 1950, mostra, in una ceramica: la Madonna che
tiene in grembo il Bambino, il quale offre a San Francesco
un grappolo d'uva, opera che ricorda il prodigioso miracolo
del vino, qui operato da San Francesco nel 1225. A destra
dell'edicola, sulla collinetta, a ridosso del bosco, è
il complesso marmoreo raffigurante San Francesco ed i quattro
compagni, che assunsero il delicato ruolo di "premurosissimi"
infermieri del Serafico assisiate.
Il convento di Santa Maria de La Foresta, a detta dell'autorevole
Terzi, "è rappresentato da quattro epoche":
prefrancescana, dei Romiti, dei Clareni e secentesca.
Quando frate Francesco, nel 1225, giunse nella chiesina di
San Fabiano, vi trovò come custode un umile sacerdote,
la cui abitazione era locata ove attualmente sorge la chiesa
di Santa Maria. Opposta alla canonica era una domus, dimora
del proprietario della zona o del suo fattore.
CHIESA DI SAN FABIANO
L'interno della sacra aula, ad una navata, caratterizzato
da una piccola abside con copertura a mezza cupola, è
completamente ingentilito da frammentari affreschi, il cui
recente restauro ha restituito una affidabile leggibilità.
Nel catino absidale è rappresentato il Cristo in trono
benedicente, alla sua sinistra sono San Giovanni Battista
ed una Santa vergine e martire (forse Santa Barbara, protettrice
di Rieti); alla sua destra è un Pontefice infulato,
avente a lato un semplice fedele che conserva intatti appena
il volto ed un lembo di veste.
Nell'arco trionfale, entro clipei, si riconoscono: a sinistra
San Paolo, a destra un mutilo San Pietro, in corrispondenza
ai quali, più in basso, si trovano rispettivamente
San Ludovico, vescovo di Tolosa, e la Madonna in trono col
Bambino.
Nella parete laterale destra si susseguono frammentarie immagini
raffiguranti: Santa Caterina d'Alessandria; un Angelo, facente
parte di una perduta Annunciazione; la Vergine in trono col
bambino, resto di una scomparsa Adorazione dei Magi; e, nella
controfacciata, la Presentazione al Tempio. Il ciclo pittorico,
a detta degli esperti, va sicuramente datato posteriormente
al 1317, anno della canonizzazione di Ludovico da Tolosa.
La mensa dell'altare, poggiante su due pilastrini moderni,
è ritenuta quella originaria.
Il pavimento attuale, in lastre di pietra, ricopre quello
primitivo consistente in un battuto di calce leggermente levigato
alla superficie, osservabile sotto i cristalli.
Integri sono i muri perimetrali, ad eccezione di quello comunicante
con la chiesa di Santa Maria, sostituito da una moderna balaustra
in travertino.
LA DOMUS (CASA OSPITALE)
Uscendo dalla graziosa chiesina di San Fabiano,
si attraversa uno spazio dove, al tempo di frate Francesco,
transitava la "via pubblica", successivamente deviata
dai Romiti dietro l'edificio sacro. Sulla parete di nord si
legge: AMOENUS LOCUS AD QUIESCENDUM - LUOGO AMENO ATTO AL
RIPOSO. Inferiormente alla dicitura è una moderna ceramica
raffigurante Sant'Antonio da Padova col Bambino Gesù.
Una porta, ritenuta quella originaria, immette nell'ambiente
in cui, stando alle cronache, "trasse la sua dimora,
per circa quattro mesi, il Santo con i suoi quattro compagni,
Bernardo, Leone, Angelo e Masseo". Riferisce Mons. Terzi:
"La prima parte era un atrio coperto, dove, secondo l'uso
contadinesco, si trovava un po' di tutto, compresa la botte
per conservare il vino. C'era pure, secondo l'uso reatino,
la vasca per pigiare le uve e il vaschettino per raccogliere
il mosto. Vasca e vaschettino sono, in parte, ancora conservati
e, in parte, ricostruiti. Appresso la vasca c'era la porta
originaria, che metteva nella vigna devastata dai reatini.
La balaustra in legno è posta in sostituzione del muro,
che divideva l'atrio della cucina, che era pure sala da pranzo
e luogo di soggiorno. La cucina conserva intatte le rimanenti
tre pareti, le quali, non essendo intonacate, mostrano visibili
gli strati di fuliggine. Il camino era a sinistra, dove più
denso si vede lo strato di fuliggine; non aveva la canna fumaria,
in suo luogo, sotto il soffitto, v'era un buco, tuttora visibile,
destinato all'uscita del fumo. Dirimpetto, si vede la chiusura
di un altro camino, successivamente costruito dai Chiarini
(Clareni). Sopra il piano terra, vi è un ambiente di
uguale grandezza, che in antico, come pure al tempo del santo,
era adibito a dormitorio".
Adiacente alla domus, ove originariamente aveva inizio la
vigna del sacerdote depauperata dal popolo, è il grazioso
chiostro quattrocentesco: quattro umili porticati a tetto,
dalle gronde sorrette da colonnine ottagonali in mattoni,
rinserrano una piccola corte quadrata il cui piantito di pietre
sale, con lieve pendenza, verso il pozzo-cisterna.
LA GROTTA DI SAN FRANCESCO
Limitrofa alla casa ospitale è la celluzza
di frate Francesco: un antro naturale le cui pareti sono costituite
dalla roccia; pure di roccia è la quasi totalità
della copertura, la porzione scoperta era difesa, ai tempi
del Santo, da stuoie formate da cannucce, ora invece è
coperta con volticella. In questo anfratto Poverello assisiate
soleva ritirarsi nei momenti di maggior raccoglimento. Lo
si raggiunge passando sotto un vetusto arco secentesco, scendendo
una ripida scala.
LA CHIESA DI SANTA MARIA
La chiesa di Santa Maria, separata dalla chiesetta
di San Fabiano da una moderna balaustra in travertino, venne
edificata nel sec. XIV dai Romiti qui dimoranti, sul preciso
luogo ove sorgeva la canonica del prete.
Dopo gli inevitabili rimaneggiamenti susseguitisi nel corso
dei secoli, il sacro oratorio mostra nel suo interno un pregevole
altare settecentesco, sul quale alberga una terracotta secentesca
raffigurante la Madonna Bambina (detta anche Madonna del Presepio).
Da ammirare i settecenteschi stalli del coro posti nell'abside
dell'ambiente. L'unico abbellimento del sacro luogo è
costituito da due finestre moderne artisticamente istoriate.
Estratto da: PAOLO ROSSI, Francesco d'Assisi
e la Valle reatina
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it